Il voto olandese


Il risultato uscito dalle urne ci rivela alcune spunti di riflessioni molto interessante.
1) Il razzista paura non fa.
Il partito di estrema destra Partij voor de Vrijheid(PVV) non va oltre il 13% e anche se rispetto al 2012 il partito è aumentato nei consensi di circa il 3%. La paura dell’ uomo nero, dello straniero, del diverso non è vincente, almeno in Olanda.
Insomma la tanto temuta vittoria del partito guidato da Geet Wilders non è avvenuta.
Tanto rumore per nulla!
2)I socialdemocratici i veri sconfitti.
Il Partij van de Arbeid (PvdA), il partito di ispirazione socialdemocratica, di centro sinistra (per intenderci l’ omologo del nostro Partito Democratico) è il vero sconfitto da queste elezioni. Perdono il 19% dalle elezioni del 2012 passando dal 24,8% a un misero 5,7% . Il disastro del risultato elettorale ricorda molto il risultato del voto greco dove il PvdA veste i panni del suo omologo greco, Pasok.
Insomma l’ ennesimo partito socialdemocratico europeo a pezzi dopo il risultato elettorale. Forse sarebbe opportuno in Europa, come in tutto il cosiddetto mondo occidentale,ripensare ad un nuovo modello di centro-sinistra visto che il modello socialdemocratico è ufficialmente in crisi. Finito? Forse. Gli altri partiti socialdemocratici sono avvisati. Il partito socialista francese e quello tedesco, potrebbero essere I prossimi.
3)C’è destra e destra.
Il Volkspartij voor Vrijheid en Democratie (VVD) si conferma il primo partito anche a questo turno elettorale. Perde circa il 5% dei voti passando da un 26,5% al 21,3% a livello di rappresentanti in aula perde circa 8 rappresentanti. Poco male, perchè il partito del premier uscente Mark Rutte ha comunque i voti per poter formare un governo con altri partiti senza l’ aiuto del Pvv di Wilders. Il VVD è un partito di centro-destra di stampo liberale conservatore, europeista, antixenofobo, liberal dal punto di vista dei diritti della persona. Insomma un partito di destra impossibile qui in Italia, dove la destra e gli italiani( per usare alcune parole di Montanelli) “Non sanno andare a destra senza finire nel manganello”.
4)La vera sorpresa.
Altro che i nazisti dell’ Illinois o gli xenofobi di Utrecht, la bella sorpresa arriva da sinistra. Mentre tutti i media europei erano concentrati sul partito di destra di Wilders, pochi, se non quasi nessuno aveva capito invece che lo spostamento dei voti del popolo olandese non era a destra ma a sinistra. Un vero è proprio boom di successi per i partiti posti a sinistra PvdA. Parliamo di tre partiti in particolare. GroenLinks(Sinistra Verde) un partito di stampo di stampo ecosocialista, passato dal 2% delle precedenti elezioni al 8%, riuscendo a conquistare seggi importanti come quello di Amsterdam. Confermano il loro buon risultato il Socialistische Partij (Partito Socialista, conosciuto anche come il partito del pomodoro) che rimane sempre sul 9%. Il terzo partito è il Partij voor de Dieren(PvdD, in italiano, partito degli animali) che passa dal 1% a quasi il 4%. A questi partiti dobbiamo segnalarne un quarto,nato da poco tempo che si chiama Denk. La sua particolarità è che è nato da due olandesi di origine turca che dopo aver lasciato il PvdA hanno deciso di fondare un partito fortemente antixenofobo e ambientalista. Alla loro prima elezione questo partito ha ottenuto un modesto 2%. Risultato modesto,certo, ma utile a portare a casa una rappresentanza parlamentare.
In totale tutti questi partiti sommati insieme hanno una rappresentanza parlamentare di 36 rappresentanti. Un corpo di parlamentari non da poco che può incidere in maniera determinante sulla politica del paese.

Insomma, buone notizie dall’ Olanda. Nulla è perduto, per l’ Europa e per la sinistra.

#mastropensiero

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La Francia tra elezioni e emergenza.

di Mattia Galeotti

Con la vittoria di Benoit Hamon alle primarie del partito socialista è completamente definito il quadro dei principali candidati alle presidenziali francesi che si terrano il 23 aprile (secondo turno 7 maggio). Oltre al candidato socialista, avremo Jean-Luc Melenchon che capitanerà l’altra grande candidatura di sinistra “la France insoumise”, la candidatura “né di destra né di sinistra” di Macron, e le due candidature di destra di François Fillon e Marine Le Pen.

Grande assente: il presidente in carica François Hollande, che ha rinunciato a correre per la rielezione. È forse da questa assenza che bisogna cominciare per provare una lettura delle presidenziali, seguendo l’ipotesi che Hollande non fosse solamente a terra in tutti gli indici di popolarità, ma che con la sua abdicazione abbia voluto anche definire un’opzione politica ed indirizzare la scelta del suo successore.

Troppo impresentabile dopo una presidenza segnata dall’austerità e dalla promulgazione dello stato d’urgenza, Hollande ha liberato lo spazio politico sotto due punti di vista: ha aperto terreno al centro, per un soggetto che prosegua le sue politiche neoliberiste dentro il quadro dell’unione europea, ed ha aperto la possibilità di una resa dei conti tra le due anime del partito socialista. Se lo spazio centrista è stato occupato dal suo vecchio ministro dell’economia Macron, le primarie conclusesi il 29 gennaio rappresentavano una prima grande battaglia dentro al PS. A vincere è stata l’ala sinistra di Hamon, con un programma che parla di reddito universale, riconversione ecologica, maggiore apertura delle frontiere ed anche legalizzazione della cannabis. Perdente l’ex primo ministro Valls, con quella parte del partito che guarda a destra e vuole ritirarsi dalla campagna elettorale (come annunciato da una ventina di parlamentari in un appello apparso su Le Monde) e che ora pensa di votare Macron, come già dichiarato dal sindaco socialista di Lione.

Una corsa a tre?

Nei sondaggi troviamo ancora avanti Le Pen e Fillon, accreditati entrambi poco sopra al 25%. Subito dietro, intorno al 20%, c’è Emmanuel Macron: personaggio anomalo di queste presidenziali, in grande salita secondo tutti gli indicatori. Anomala la sua candidatura, non supportata da nessuno dei partiti storici, ma semplicemente dal movimento “in marcia”, nato lo scorso aprile per iniziativa dello stesso Macron. Anomalo il suo linguaggio giovanile, per una classe politica affezionata al passato come quella francese. Anomala la partecipazione ai suoi meeting, elevatissima da ormai più di un mese. Macron interpreta una visione filo-UE e di impianto neoliberista, è un ex banchiere che con la retorica dell’efficienza e del lavoro vuole lanciare una nuova ripresa, vuole tagliare le pensioni ma contemporaneamente si vanta di voler difendere gli impiegati statali della république. Ribatte allo sciovinismo lepenista, solleticando però lo spirito della grandeur francese, mutuando a modo suo un ritornello costante della politica d’oltralpe: se per il gollismo la grandezza della Francia è sinonimo di pace ed ordine, se per le sinistre è sinonimo di espansione universale dei diritti, per Macron il rilancio della Francia preconizza il rilancio economico europeo.

Cosa attendersi dai due candidati di (estrema) destra al momento in testa? Fillon, ex primo ministro di Sarkozy e vincente nelle primarie dei Repubblicani (il vecchio UMP ha preso questo nome due anni fa), è dato in vantaggio ma accerchiato dagli scandali per uso improprio di fondi pubblici quando era senatore. Si disputerà gli elettori di centro-destra con Macron, e potrebbe pagare la sua vicinanza agli estremisti cattolici della manif pour tous. Marine Le Pen, invece, sembra aver esaurito la sua onda lunga: candidata per il Front National, portatrice di una linea anti-europea e razzista, la Le Pen è da anni la vera mattatrice del discorso politico, capace di guidare uno slittamento epocale verso destra ma impossibilitata a fare il salto di voti necessario alla presidenza. In particolare, anche in caso di passaggio al secondo turno, tutte le combinazioni la danno sconfitta nella tornata decisiva.

E le sinistre? I primi sondaggi post-primarie pongono sia Hamon che Melenchon intorno al 10%, un ulteriore spostamento di voti verso il primo è plausibile, dato che il discorso lavorista e nazionalista del secondo non sta dimostrando slancio. Ma nella Francia del 2017 questi due elettorati non sembrano poter rubare voti alle altre candidature o all’astensionismo: non più di un francese su quattro voterà a gauche.

L’ossessione del governo

Per spiegare la parabola di Hollande bisogna forse risalire al luglio 2015, quando il premier greco Alexis Tsipras decide di cedere al ricatto della Troika, smentendo il risultato del referendum popolare indetto sul memorandum europeo. In quei giorni Hollande gestisce da vicino le trattative con i vertici di Syriza, gioca la parte del “poliziotto buono” insieme al “poliziotto cattivo” Angela Merkel (appoggiata pienamente dai socialisti tedeschi), ed ottenendo un risultato che dobbiamo ritenere gli stia molto a cuore: tutti i partiti di governo dell’area europea hanno accettato completamente la sudditanza all’ordoliberalismo tedesco pur di non rompere con l’UE. L’esistenza di un sistema di governo europeo è preservata. Lo stesso Hollande, dopo aver risposto agli attentati con uno stato d’emergenza permanente, lancerà la Loi Travail che innescherà gli imponenti movimenti del 2016. Anche lui ha scelto di piegarsi al diktat economicista per preservare l’area euro ed il ruolo della Francia al suo interno.

Tutto il quinquennato di Hollande sembra percorso da un grande interrogativo: come si mette in atto un governo della crisi? Il problema non è soltanto quello della contingenza di una riforma o un referendum, ma quello della possibilità di garantire la continuità del governo. Generalizzazione della precarietà, moltiplicazione dei muri dentro l’europa e verso l’esterno del continente, stato d’emergenza, militarizzazione delle metropoli, gestione dei flussi, rifunzionalizzazione della forma sindacale: come sviluppare tutto ciò prevenendo allo stesso l’esplosione della conflittualità sociale, l’emergere di nuove soggettività indisponibili?

Ci vorrebbe un libro per descrivere le misure prese in questo senso sul piano poliziesco, amministrativo e lavorativo dal governo francese. Un’altra parziale risposta è sicuramente nella complicità con le estreme destre, che però si è anche dimostrata un boomerang incontrollabile.

L’ipotesi che provo a considerare è che la “discesa in campo” di Macron sia un’operazione in continuità con quell’area che ha controllato l’eliseo negli ultimi cinque anni. Macron era il ministro dell’economia del governo Hollande, ma ha tenuto intelligentemente fuori il suo nome dal progetto di legge sul lavoro. Dopo aver lanciato il suo movimento nell’aprile 2016, ha costruito una campagna forte, diffusa, e appoggiata dai principali media. In un recente articolo, http://ilmegafonoquotidiano.it/news/pablo-iglesias-trump-e-il-momento-populista Pablo Iglesias parla del populismo come di un momento politico piuttosto che di un movimento: “una forma di costruzione della sfera politica dall’esterno”. Lo stesso Iglesias individua esempi di movimenti politici che hanno tratto vantaggio da questo momento pur essendo movimenti molto distanti: Trump in America, Podemos in Spagna, Marine Le Pen in Francia. C’è un’imprecisione forse in quest’ultima ipotesi, perché la Le Pen non è il risultato di questo momento populista, ma di un altro avvenuto circa 6 anni fa. Quando Marine sostituì il padre Jean-Marie alla guida del Front National, cominciò un’operazione di ripulitura del partito che la portò a incrementare sostanzialmente i consensi ed a sdoganare definitivamente i discorsi della destra razzista. Oggi il tentativo populista è quello di Macron, spalleggiato da un’elite già influente che non vuole perdere la guida del paese, spinto da quegli stessi dogmi politico-economici che hanno sostenuto l’austerità di Hollande. L’operazione-Macron va oltre queste presidenziali, e si propone di preservare e potenziare uno spazio di governo neoliberista. Si propone di rilanciare quella “Europa a due velocità” ormai sulla bocca di tantissimi, dopo le parole della Merkel, dando ovviamente alla Francia un posto privilegiato nel continente di serie A.

Sinistre fedeli alla linea?

Se guardiamo il programma con cui Benoit Hamon ha vinto le primarie non possiamo che stupirci positivamente. Dopo anni segnati dai tagli di salari e diritti, si parla invece di superamento della cultura lavorista, di reddito ed impegno ecologico, di lotta alla logica europea del debito, di ritiro della Loi Travail e lotta alla precarizzazione. Questo primo ottimismo si scontra però con l’osservazione che le primarie della sinistra hanno avuto una partecipazione molto bassa, a stento raggiunti i 2 milioni, sia rispetto alle stesse primarie di 5 anni fa (quasi 2,9 milioni di persone allora) sia rispetto alle primarie della destra che hanno incoronato Fillon (più di 4 milioni di persone). Soprattutto la sensazione diffusa è quella di un partito ridotto agli sgoccioli, che riesce ad attrarre solo uno zoccolo duro storico.

Le cause di questo esaurimento sono ancora da cercare nel mandato di Hollande. Durante la sua presidenza il partito è stato teatro di una lotta intestina. I cosiddetti “frondisti”, l’ala sinistra del partito di cui Hamon fa parte, hanno più volte minacciato rotture drastiche: hanno criticato aspramente le politiche economiche, hanno ritirato alcuni ministri, tra cui lo stesso Hamon, dal primo governo Valls, hanno espresso contrarietà alla Loi Travail… ma in fin dei conti hanno accettato tutto senza mai lanciare mozioni di sfiducia e senza un vero ostruzionismo. Hanno combattuto una battaglia tattica, in vista di una resa dei conti futura con l’ala destra dei “riformatori”, senza però mettere in crisi il governo della Repubblica. I frondisti hanno tacitamente accettato l’esigenza governista, ed è attorno a questo nodo che hanno perso la loro credibilità, proprio in quel 2016 in cui la mobilitazione contro il governo socialista ha attraversato tutto l’esagono. La candidatura di Hamon e quella di Melenchon soffrono entrambe di questa ambiguità di fondo, che trova nello stato d’emergenza il suo punto più alto. Da ormai più di un anno la Francia vive in uno stato d’eccezione accettato da tutte le forze politiche, e che non è mai oggetto delle discussioni elettorali. Amplissimi poteri alla polizia, inasprimento dei confini interni ed esterni della società francese, soppressioni di molti diritti elementari: lo stato d’emergenza è un laboratorio post-democratico, e una sua critica radicale è una priorità non rinviabile dell’agenda politica francese ed europea.

Quello che sembra chiaro è che tra i protagonisti dei movimenti dell’ultimo anno, alcuni supporteranno senza entusiasmo le candidature di Melenchon o Hamon (o del troskysta Poutou), ma moltissimi diserteranno più o meno dichiaratamente il voto.

Innanzitutto numerosi soggetti che hanno attraversato le piazze ed i cortège de tete (spezzoni di testa), hanno lanciato sotto lo slogan di “generazione ingovernabile” un esplicito invito al sabotaggio delle elezioni. Si tratta per lo più di giovani, di un pezzo di società che rifiuta esplicitamente il patto sociale e cercherà di osteggiare lo svolgimento stesso del processo elettorale.

In secondo luogo tutti quei soggetti razzializzati che hanno conquistato la centralità della scena nel corso del 2016, con ogni probabilità manterranno gli altissimi tassi d’astensionismo che li caratterizzano da decenni. Si tratta di migranti di seconda, terza o quarta generazione, abitanti per lo più le periferie delle metropoli francesi, che lottano contro il razzismo di stato, le violenze della polizia e lo stato d’emergenza. Dal 19 luglio, giorno della morte di Adama Traoré per mano della polizia, il movimento che chiede verità e giustizia per Adama è diventato la punta di un iceberg in conflitto con la rigida organizzazione coloniale che imperversa nelle metropoli francese. Da pochi giorni un altro caso, quello del giovane Theo, stuprato con un manganello da 4 poliziotti, porta in strada le banlieue.

Impossibile per queste battaglie trovare dei referenti politici in qualsiasi schieramento in corsa.

Confini post-coloniali, stato d’eccezione, impoverimento e precarietà. Questi discorsi non sembrano limitati al caso francese, ma costituiscono altrettanti pilastri del governo europeo della crisi. Le presidenziali non saranno un punto d’arrivo, ma un passaggio intermedio che definirà probabilmente i nemici di chi cerca un futuro oltre questa governamentalità.

Ps: Tratto da il collettivo “Relais transnazionale delle lotte – Relais transnational des luttes” https://www.facebook.com/nuitdeboutIT/

 

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Palme e Pd, i problemi di questo paese.

Mi fate capire perché in questo momento in Italia gli argomenti più importanti siano la probabile o presunta scissione nel PD e le palme in piazza del Duomo a Milano? No perchè di argomenti seri d’ affrontare l’ Italia ne avrebbe. Iniziando dall’ emergenza dei terremotati e finendo al braccio di ferro tra Bruxelles e Roma sulla manovra economica. In mezzo troviamo la salita dello spread sotto quota 200 punti, il rischio di fallimento dell’ Alitalia, la questione voucher( ah ricordo a qualcuno che sono passati quasi 25 giorni da quando è stata ammessa dalla corte costituzionale la possibilità di svolgere il referendum sulla loro abolizione promosso dalla CGIL, ma della data nessuno sa nulla!!) e così via, in una giungla di tante piccole o grandi emergenze del lavoro di cui questo paese è pieno. Ma per noi tutto si riduce non a trovare risposte adeguate a problemi seri ma a diventare tifosi di vero o presunte fazioni in lotta o di scelte adeguate o no di arredo urbano.
Insomma mentre il saggio indica la luna, l’ italiano medio guarda al PD…o alle palme.
#mastropensiero

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Trump e antiTrump. Ovvero o con me o contro di me.

Washington, Londra, Mosca, Tokyo. Non sono un semplice elenco di capitali a caso ma è il nuovo assetto geopolitico che Trump ha in mente. In quest asse può rientrare anche Ankara,tirata dentro da nuovi accordi che la Gran Bretagnia ha fatto ultimamente con il governo turco. Ma di conseguenza ci sarà un altro asse che forse potrà nascere come risposta all’ asse creato dal presidente Trump. Qualche idea?Sicuramente Pechino,visto che Trump dall’ inizia della sua candidatura ha lanciato continue accuse/minaccie al governo cinese. Altro? Certo! Dopo Pechino, ci sono due capitali, Bruxelles e Berlino. L’ Ue e in particolare la Germania non sono ben viste alla attuale amministrazione americana e non solo. Le sanzioni alla Russia e i rapporti non facili con la Gran Bretagnia per l’ uscita dal mercato comune europeo fanno di questi due centri di potere l’ ennesimo avversario per Trump e i suoi. Quindi, dicevamo, Washington, Londra,Mosca, Tokyo contro Bruxelles,Berlino,Pechino.Finita qui? Forse no. Alla lista dell’ asse anti-Trump c’ è forse da inserire un altra capitale, Teheran. Il governo iraniano ha mal digerito di essere messo nelle lista dei paese “non graditi” all attuale amministrazione e la risposta del governo iraniano di certo non si farà attendere. Intanto stiamo a vedere se questi nuovi assetti come e quanto dureranno.

#mastropensiero 

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Inzia l’era Trump

black-friday

Da ieri è iniziato negli USA il governo Trump. Chi si aspettava un discorso conciliante, speranzoso è rimasto profondamente deluso. Personalmente ho trovato il suo discorso pieno di rabbia e di livore. Parole pesanti,cariche di rabbia che di certo non conciliano, che non mettono fine ad una campagna elettorale tra le più aggressive. Quel “America First” scandito durante il suo discorso d’ insediamento sembra racchiudere al meglio la sua futura politica. Il primato americano, gli Usa come faro del mondo. Un’ America rabbiosa è quella di Trump che da oggi governa. Tanti i dubbi, le paure di milioni di persone di persone dentro e fuori dagli USA, me compreso.

Che Bernie ci aiuti!

#mastropensiero

 

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La Grecia verso un nuovo scontro con Berlino

La Grecia torna al centro della cronaca internazionale.

Il destino del Paese è ormai legato a quello del suo Primo Ministro Alexis Tsipras, sempre più protagonista assoluto della politica nazionale.
Chiaro esempio di questo legame è stato l’interesse della stampa internazionale sulla sua conferma plebiscitaria come Presidente di Syriza, giunta al suo Secondo Congresso.

La seconda conferenza del partito della Sinistra Radicale è stata incentrata sulla sua natura di forza politica di lotta e di governo, sulla sua identità e sulla sua democrazia interna.

Il dibattito viene innescato da Rena Dourou, governatrice della Regione dell’Attica e rappresentante della sensibilità più “moderata” del partito, che invita a costruire «una nuova sinistra, lontana da facili soluzioni, lontana da purezze ideologiche. Dobbiamo sporcarci le mani, verremo giudicati dai risultati».

Sono parole che testimoniano una fase nuova in Syriza, la questione del suo radicamento nelle istituzioni, di una profonda riforma istituzionale per un avanzamento dell’uguaglianza e della democrazia verso il basso, affrontata dalla Sinistra italiana negli anni ’70-’80.

Una strategia così ambiziosa richiede l’ampliamento dell’organico degli amministratori, soprattutto dopo le scissioni post-Oxi, che hanno allontanato molti militanti; e la Sinistra radicale greca sta accogliendo molti istituzionali e militanti che abbandonano i socialisti del Pasok, sollevando per gli iscritti il problema dell’identità di Syriza, risolto dallo stesso Primo Ministro.

Il Congresso si conclude con la creazione di un organo di controllo della partecipazione nel partito e ampliando il Comitato Centrale a donne e giovani, i più colpiti dall’austerity. Tuttavia, i workshop durante i lavori della commissione congressuale hanno influito molto sulla nuova elaborazione teorica della forza di maggioranza.

La novità della nuova fase di Syriza è nella creazione di una rete di relazioni internazionali, in cui la Grecia, cuore del Mediterraneo, possa giocare un ruolo chiave nella soluzione dei conflitti nell’Europa dell’est e nel mondo arabo.

Tale strategia è considerata fondamentale per risolvere le questioni dei rifugiati e del debito greco, applicando le dinamiche di maggioranza tra Syriza e AnEl (i Greci Indipendenti).

Il loro leader e ministro dell’Interno, Panos Kammenos, durante il suo discorso alla platea congressuale, assicura la sua piena collaborazione con la Sinistra Radicale e la stabilità dell’esecutivo:

 

«Sapevamo quanto difficile sarebbe stato il giorno successivo andare nei quartieri, nei paesi e dire che abbiamo concordato una soluzione, quanto fosse difficile convincere che era per il bene della Grecia.

In quel percorso i Greci Indipendenti stavano accanto a voi e staranno accanto a voi fino alla fine, fino a quando si libererà il paese dagli istituti di credito, finché non ci restituiranno i nostri sogni.
E quando avremo redento il nostro paese, quando tornerà la crescita, quando i posti di lavoro torneranno, poi rivedremo
le nostre differenze politiche, ma ora quello che conta è l’unità del popolo greco, l’unità nazionale.

Questo governo ha dimostrato che la dittatura si è conclusa nel 2015».

Anche l’ex-vice del Primo Ministro, ora alle Comunicazioni, Nikos Pappàs, conferma come l’applicazione del Memorandum, resa flessibile con continue trattative con Bruxelles, abbia «dato la possibilità di continuare la battaglia delle negoziazioni: ora che la Grecia non è più sola contro l’altra parte Eurogruppo, ndr –, ha guadagnato uno spostamento politico, è in grado di influenzare il dibattito e delinearne gli sviluppi… è la più grande apertura politica dagli anni di crisi e… il governo crea e moltiplica la credibilità del paese, stabilizzando l’economia».

La nomina di Pappàs a ministro delle Comunicazioni, che i critici di Tsipras riconducono alla sua spinta accentratrice, rientra nella strategia di scaricare i costi del Memorandum su chi ne è responsabile; e la mancanza della disciplina del sistema radiotelevisivo è una delle cause del deficit greco, oltre a porre problemi alla democrazia greca.

Da 27 anni le emittenti greche operano tramite “permessi temporanei”, causando una vera e propria giungla mediatica, che nega introiti alle casse dello Stato.
La mancata regolamentazione del sistema delle comunicazioni è uno dei punti centrali della diaplokì, lo stretto legame tra politica, economia e malaffare in Grecia: infatti i media coagulano l’intrecco tra corruzione, interessi degli oligarchi e degli armatori, banche ed establishment politico.

Il Governo, invece, con la sua legge ha istituito un’asta che obbligava i magnati dei media al pagamento delle licenze, promesso e mai avvenuto, sulla base di 255 milioni di euro.
Con le entrate che ne sarebbero derivate, avrebbe finanziato una delle misure del programma parallelo, ovvero l’assunzione di 4 mila infermieri e l’apertura di nuovi asili per 15 mila bambini.

La bocciatura per vizi formali è alla base dell’incarico a Pappàs, noto accademico, per strappare un risultato importante per la tutela dei meno abbienti all’austerity.

Proprio per questo, contro il parere di Berlino, il Governo ha anche investito il surplus derivato dall’applicazione del Memorandum per realizzare una serie di misure per i più deboli: ha impedito la privatizzazione dell’acqua, chiesta dall’Eurogruppo, creando una società pubblica di diritto privato, molto simile all’Abc di Napoli, ha garantito tredicesime di 380 euro ai pensionati minimi e nuove assunzioni nel settore pubblico.

La reazione dell’Eurogruppo è stata la sospensione di ogni aiuto economico alla Grecia per “indempienza, nonostante il rispetto di Syriza per gli impegni assunti.

La scelta è stata criticata dal Presidente francese Hollande e dall’attuale Commissario Europeo all’Economia, Pierre Moscovici che, dalle colonne del Financial Times, sostiene che «la Grecia non può essere condannata all’austerità per sempre».

Questo strappo dei due esponenti socialisti francesi, il governo socialista coi (post)comunisti in Portogallo e l’intesa Podemos-Sinistra-Psoe in Spagna sulla legge sul lavoro è frutto della nuova strategia politica elaborata da Syriza nel suo Congresso: sottrarre consenso al fronte dell’austerità, da sinistra, accordandosi coi socialisti europei, i cui voti sono stati decisivi all’approvazione delle ricette imposte dalla Germania.

L’intuizione di Tsipras è divenuta anche la nuova linea di maggioranza della Conferenza del Partito della Sinistra Europea, tenutasi a Berlino, che ha eletto Presidente Gregor Gisy, leader della Sinistra tedesca, ricostruita con i fuoriusciti dal centrosinistra.

La nuova Presidenza risponde alla necessità del Premier greco di applicare le sue intuizioni in Germania, replicando alla Merkel:

«La nostra visione è quella della crescita, la quale non consiste solo nelle statistiche, ma è guarire le ferite della crisi e alleviare il peso a tutti quelli che hanno fatto sacrifici in nome dell’Europa».

Presente anche a Berlino, conferma di non lasciare «i greci nelle mani degli yesmen dell’Austerità». Le recenti dichiarazioni dimostrano una svolta che riapre la partita sul destino della Grecia.

Eduardo Danzet

Eduardo Danzet: Nato nel 1985, studente di scienze politiche alla Federico II di Napoli, lavoratore precario e attivista politico ambientalista.

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Auguri a tutti/e

​Il messaggio di fine anno più bello fino ad ora se lo aggiudica il Papa. Consigliata lettura e l’ ascolto. Analisi corretta dello status quo europeo ma sopratutto italiano. Ottima l’ analisi di un paese che rincorre la giovinezza da una parte ma poi dall’ altra la precarizza. 

Le lucide analisi le lasciamo a domani o a i prossimi giorni,questa sera, divertiamoci! 

Auguri a tutti/e! 

#mastropensiero

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